testata

Patrimonio culturale e cambiamento climatico: idee, suggestioni e proposte / Atti del Convegno di Macerata

Paesaggio e beni culturali di fronte alla sfida del cambiamento climatico: spunti di riflessione e prospettive di ricerca [*]

di Carmen Vitale [**]

Sommario: 1. Premessa. Come il cambiamento climatico incide sul patrimonio culturale: alcuni spunti dall’ordinamento internazionale. - 2. Cambiamento climatico e paesaggio. Inquadramento del tema. - 3. Prospettive di ricerca. - 3.1. Un paesaggio fragile. - 3.2. Governance multilivello del paesaggio e contrasto ai cambiamenti climatici. - 3.3. Il paesaggio resiliente. - 4. Qualche notazione conclusiva.

I contributi di seguito proposti sono il frutto della sistematizzazione delle riflessioni svolte da alcuni studiosi nell’ambito di un Convegno tenutosi all’Università di Macerata a novembre 2025 sul tema “Patrimonio culturale e cambiamento climatico”. I diversi contributi considerano alcune (tra le più rilevanti) prospettive dalle quali è possibile indagare una questione centrale e tuttavia ancora poco approfondita nel suo insieme dalla dottrina giuridica: la vulnerabilità ambientale; la produzione delle energie rinnovabili ed i suoi riflessi sul paesaggio; la peculiare disciplina del paesaggio agrario alla luce del contrasto ai cambiamenti climatici; la governance dei processi di pianificazione per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici; il ruolo delle comunità. L’obiettivo è quello di contribuire al dibattito indicando alcuni possibili percorsi di ricerca in una cornice normativa e concettuale generale che viene richiamata nell’introduzione.

Parole chiave: paesaggio; governance; cambiamento climatico; comunità.

Landscape and Cultural Heritage in the Face of the Challenge of Climate Change: Reflections and Research Perspectives
The contributions presented below are the result of a systematic compilation of the reflections put forward by a number of scholars during a conference held at the University of Macerata in November 2025 on the theme of ‘Cultural heritage and climate change’. The various contributions examine some (among the most significant) perspectives from which it is possible to explore a central issue that has, however, as a whole, received little attention in legal scholarship: environmental vulnerability; the production of renewable energy and its impact on the landscape; the specific regulation of the agricultural landscape in the context of combating climate change; and the governance of planning processes for climate change mitigation and adaptation; the role of communities. The aim is to contribute to the debate by suggesting some possible avenues of research within a general regulatory and conceptual framework outlined in the introduction..

Keywords: landscape; governance; climate change; community.

1. Premessa. Come il cambiamento climatico incide sul patrimonio culturale: alcuni spunti dall’ordinamento internazionale

Le cronache recenti raccontano dell’ultimo (in ordine cronologico) evento meteorologico di portata straordinaria con significative ricadute sul patrimonio culturale (i siti di archeologici di Bithia e Nora in Sardegna) e che prefigura scenari non rasserenanti [1].

Gli esempi sono ormai numerosi e ricorrenti e mostrano l’evidente difficoltà di gestire gli impatti dei fenomeni indotti dai cambiamenti climatici rispetto ai danni prodotti al patrimonio culturale [2] sia nella fase preventiva che in quella successiva al verificarsi dell’evento.

Secondo il rapporto UNESCO Climate Change Impacts on Mediterranean World Heritage Cities (luglio 2025 [3]), Venezia, Firenze, Napoli e Siracusa sono tra le città italiane più esposte agli effetti del clima. Anche Matera e Verona mostrano segni di “stress climatico”, legati alla gestione dell’acqua e alla conservazione delle strutture storiche. In totale, circa 14.000 beni culturali italiani sono a rischio frana e oltre 28.000 a rischio alluvione. Solo a Roma 2.200 beni (tra cui il Pantheon e piazza Navona) risultano vulnerabili alle inondazioni.

Più in particolare è stato osservato che “se tutta l’acqua dei ghiacciai continentali si sciogliesse, il livello del mare s’innalzerebbe di circa 70 metri e una buona parte dell’umanità sfuggirebbe al nuovo castigo divino, ma la punizione sarebbe comunque assai severa, perché sotto questa quota vi sono quasi tutte le grandi aree urbane, i principali centri produttivi e le più fertili zone agricole” [4].

Vi è, dunque, una chiara e indubbia relazione tra gli effetti dei cambiamenti climatici e la conservazione (e valorizzazione) del patrimonio culturale; effetti che talvolta producono anche risultati “positivi”, come nelle ipotesi in cui dai letti dei fiumi in secca risalgono in superficie reperti del passato, da pezzi di ponti e mura fino a intere città [5] e che impongono l’adozione di misure di tutela e valorizzazione specifiche.

A ben guardare, tuttavia, il patrimonio culturale è ancora uno degli ambiti meno indagati nelle analisi e negli studi che riguardano il cambiamento climatico [6], Questa circostanza, come detto, stride con l’evidente varietà e rilevanza delle interconnessioni tra questi due ambiti, ma anche con la potenziale idoneità del patrimonio culturale, se adeguatamente considerato, a rappresentare una risorsa nella gestione dei processi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici [7].

In termini generali, tra gli effetti dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale il primo e più noto riguarda l’impatto dei fenomeni naturali di più forte intensità, indotti dal climate change, sui siti culturali (aree archeologiche, paesaggistiche e beni culturali).

Al tema sono dedicati alcuni recenti documenti delle organizzazioni internazionali, che seguono un approccio analogo a quello utilizzato per il “patrimonio culturale in pericolo” (in conseguenza di conflitti armati o di uno stato di degrado o di abbandono).

È del 2019, ad es., il primo Action plan del Climate Heritage Network [8], che riunisce le organizzazioni che si occupano di Arte e cultura nella sfida rispetto alla gestione del cambiamento climatico.

Per il biennio 2022-2024 il Piano prevedeva, in particolare, due obiettivi: accrescere quantità e qualità di un’azione per il clima “culturalmente orientata”; trasformare le politiche per il clima inserendo cultura e patrimonio culturale nelle strategie per realizzare una vita a basse emissioni di carbonio, giusta, equa e resiliente al clima [9], attraverso un attivo coinvolgimento delle popolazioni indigene e più in generale delle comunità locali.

Già nel 2006, peraltro, l’Unesco attraverso il Comitato del Patrimonio Mondiale adottava la relazione “Prevedere e Gestire gli Effetti dei Cambiamenti Climatici sul Patrimonio Mondiale”, e una “Strategia per Aiutare gli Stati Parte della Convenzione ad Attuare Risposte Gestionali Appropriate”, che, nell’ambito delle azioni correttive di gestione e adattamento, suggeriscono di “integrare il cambiamento climatico in ogni nuovo o esistente piano regionale tematico, piano di gestione, programma o evento” [10].

Nel 2016, poi, in risposta al crescente numero di siti del Patrimonio Mondiale interessati dal cambiamento climatico, il Centro del Patrimonio Mondiale avviava, in collaborazione con gli organi consultivi IUCN [11] e ICCROM [12], l’aggiornamento del documento di policy.

Se dunque almeno in ambito internazionale si fa sempre più forte la consapevolezza dell’urgenza di azioni mirate per il contenimento degli effetti del cambiamento climatico sul patrimonio culturale, alle affermazioni di principio in molti casi stentano ad affiancarsi provvedimenti concreti [13].

Come si è detto, sono numerose le prospettive di approfondimento. La prima di esse riguarda la conservazione preventiva dei beni culturali e nello specifico la valutazione della vulnerabilità e dei rischi cui il patrimonio culturale va incontro con l’aggravarsi della crisi climatica, lo studio dei diversi materiali che costituiscono i beni, le forme di degrado che li interessano, in relazione alle particolarità ambientali, alle caratteristiche del paesaggio ed alla messa a punto di strategie di protezione, controllo e prevenzione del danno per la conservazione del patrimonio culturale stesso [14].

In questa cornice di riferimento si inseriscono i contributi di seguito proposti e realizzati a latere di un incontro sul tema “Patrimonio culturale e cambiamento climatico” tenutosi a novembre 2025 presso l’Università di Macerata.

Naturalmente le questioni affrontate sono solo alcune di quelle attraverso le quali è possibile ricostruire la relazione tra cambiamento climatico e patrimonio culturale, ma sono accomunate dall’assumere come punto di osservazione privilegiato di questa relazione il paesaggio nella sua concezione plurale: una particolare tipologia di paesaggio, quello agrario (nel contributo di Brocca) o quello costiero (nel contributo di Magni e Ferraioli); il paesaggio visto dalla prospettiva della sua vulnerabilità (nel contributo di Feliziani); il paesaggio come risorsa per la sostenibilità e (nel contributo di Mattalia).

Obiettivo comune ai contributi proposti è, in definitiva, suggerire spunti di riflessione, proposte e prospettive di ricerca che contribuiscano al dibattito su un tema attuale ed urgente, rispetto al quale, tuttavia, la riflessione giuridica appare ancora acerba.

2. Cambiamento climatico e paesaggio. Inquadramento del tema

Oltre ai beni ed ai siti culturali anche il paesaggio nelle sue diverse componenti appare, com’è noto, sempre più minacciato dagli effetti del cambiamento climatico.

Il caso di Venezia è emblematico. “Non ha davvero senso continuare a salvare i singoli edifici di Venezia se la città è sempre più minacciata dalle inondazioni”, così Anna Somers Cocks dal 1999 al 2012 presidente di Venice in Peril, la Charity inglese per la salvaguardia di Venezia [15]. “La città, la laguna e il suo intorno debbano essere ripensati attraverso strumenti di pianificazione adeguati” [16].

Naturalmente la questione non riguarda solo Venezia ma anche altre città o siti archeologici e paesaggistici e culturali lambiti dalle acque del Mediterraneo (Ferrara, Delta del Po, Costiera amalfitana, Parco Archeologico di Paestum) [17].

La crescente incidenza del fenomeno dell’innalzamento dei mari produce, infatti, implicazioni rilevanti rispetto al tema della relazione tra paesaggio costiero (v. Magni Ferraioli) e mutamenti climatici: una di queste è, ad esempio, la regolazione dei flussi turistici sia sulla costa (dove è causa di ulteriori forme di inquinamento che ne limitano la qualità, contribuendo allo stesso tempo ad aumentare i fattori che determinano il cambiamento climatico), che verso le aree interne, dove richiederebbe una valorizzazione del fenomeno della destagionalizzazione, alleggerendo in termini di mobilità i flussi sulle aree costiere [18], un’altra, invece la complessa questione della gestione dei cd. migranti climatici [19].

In via preliminare occorre ricordare come gli studi sul cambiamento climatico e la loro traduzione nelle Convenzioni internazionali (cfr. Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, United Nations Framework Convention on Climate Change, da cui l’acronimo UNFCCC [20] (1992), Convenzione sulla Biodiversità (1993) e Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la Desertificazione (1994) [21], evidenziano la necessaria coesistenza di due distinte classi di azioni: le azioni di mitigazione (delle cause), utili a rendere meno gravi gli impatti dei cambiamenti climatici, prevenendo o diminuendo l’emissione di gas a effetto serra (GES) nell’atmosfera, attraverso la produzione di energie rinnovabili e sistemi di mobilità sostenibile e le misure di adattamento alle conseguenze, necessarie per anticipare gli effetti avversi dei cambiamenti climatici e adottare misure adeguate per prevenire o ridurre al minimo i danni che possono causare oppure sfruttare le opportunità che possono presentarsi.

Si deve, invece, all’approvazione del protocollo di Kyoto del 1997 [22] l’introduzione nella questione climatica per la prima volta di un approccio olistico finalizzato ad una sostenibilità trasversale dello sviluppo [23], poi ampliato attraverso un pacchetto di strategie ad ampio raggio nel Green Deal europeo del 2021 [24].

3. Prospettive di ricerca

Nella cornice di riferimento europea ed internazionale rapidamente richiamata i contributi di seguito proposti si propongono di analizzare azioni e strumenti in grado di contribuire al contenimento degli effetti del cambiamento climatico, attraverso la prevenzione di eventi calamitosi estremi, ma anche mediante l’individuazione di strumenti in grado di migliorare l’adattamento delle comunità e dei territori alle mutate condizioni climatiche.

Com’è noto, infatti, le misure di adattamento possono concretizzarsi in: a) misure di tipo strutturale e tecnologico, basate su interventi fisici e/o misure costruttive, utili a rendere i sistemi esposti più resilienti agli eventi estremi, ovvero le cosiddette misure grey; b) azioni basate su un approccio che utilizza la natura ed i molteplici servizi forniti dagli ecosistemi per migliorare la resilienza e la capacità di adattamento, le cosiddette misure green; c) interventi che includono misure politiche, legali, sociali, gestionali e finanziarie, utili alla governance e ad aumentare la consapevolezza in ordine ai problemi legati al cambiamento climatico, ovvero misure di adattamento soft; d) misure trasversali o ibride risultanti dall’integrazione delle tre precedenti.

Naturalmente la questione andrebbe poi articolata in ragione dell’ambito territoriale considerato: aree costiere, aree interne [25] o aree urbane [26], per diversificare gli obiettivi e adeguare gli interventi in ragione della specificità dei contesti. Per quanto anche all’interno di ciascun ambito territoriale vi sono differenze che imporrebbero azioni ed interventi mirati (si pensi alle diverse caratteristiche delle coste dell’Adriatico rispetto a quelle del Tirreno e così via).

Ad ogni modo, come si dirà, una più adeguata analisi degli strumenti giuridici previsti dal legislatore e la valutazione degli impatti da questi proposti in un’ottica di ponderazione e compensazione dei diversi interessi pubblici da parte delle amministrazioni competenti, consentirebbe di avere impatti positivi nella mitigazione e nell’adattamento ai cambiamenti climatici e di salvaguardare con maggiore efficacia sia il paesaggio che i beni culturali, sia attraverso le cd. azioni soft (tipologia c), sia attraverso la produzione di energie rinnovabili (misure green), a seguito di un adeguato bilanciamento con altri interessi pubblici (quello paesaggistico in particolare) (si v. i contributi di Feliziani e Mattalia).

Un dato condiviso dagli autori delle riflessioni di seguito sviluppate può essere indicato nella graduale evoluzione dell’accezione di paesaggio da elemento fragile e vulnerabile (rispetto al quale sono urgenti adeguate misure di tutela) al paesaggio inteso anche come rimedio o come risposta stesso agli eventi conseguenti al cambiamento climatico.

3.1. Un paesaggio fragile

L’idea del paesaggio come componente del patrimonio culturale sempre più esposta agli effetti del cambiamento climatico è illustrata da Chiara Feliziani, attraverso la definizione di “vulnerabilità ambientale”, con cui l’autrice si riferisce a “tutte quelle situazioni in cui l'ambiente o, meglio, una delle sue molteplici componenti si trova, in ragione innanzitutto delle caratteristiche biologiche e strutturali che lo connotano, ad essere esposto ad una situazione di pericolo e/o di danno”.

Più in particolare, il saggio affronta il tema della promozione delle energie rinnovabili come risposta alla vulnerabilità ambientale, per considerarne specificamente le implicazioni sul paesaggio e sui beni culturali, evidenziando come il paesaggio possa contribuire al contrasto al cambiamento climatico, potendo però al tempo stesso subirne fortemente l’impatto, come mostra la giurisprudenza amministrativa citata da Feliziani sul tema dell’autorizzazione all’installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili.

Uno specifico contesto paesaggistico è preso in considerazione da Filippo Magni ed Elena Ferraioli, che affrontano la questione delle aree costiere, “paesaggio fragile”, non solo perché progressivamente sempre più esposte ai fenomeni di erosione ed all’innalzamento del livello del mare “ma anche per la densità di valori giuridicamente riconosciuti che in esse si condensano”.

Per questo, a fronte di risposte prevalentemente di tipo reattivo utili (talvolta) a fronteggiare l’emergenza, gli autori propongono un modello di governance integrato e multilivello, che consenta di coniugare le istanze di tutela del paesaggio con quelle dell’uso del paesaggio stesso e l’adattamento ai cambiamenti climatici e che valorizzi quanto più possibile il contributo delle comunità.

3.2. Governance multilivello del paesaggio e contrasto ai cambiamenti climatici.

Al tema della governance dei processi partecipativi e del loro impatto sul patrimonio culturale dalla prospettiva della lotta al cambiamento climatico si collega anche il tema della partecipazione delle comunità rispetto alle azioni di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. A questi profili è dedicato, con specifico riferimento alle comunità patrimoniali previste dalla Convenzione di Faro, il contributo di Alessandra Piconese, che afferma che “le comunità patrimoniali possono rappresentare uno strumento giuridico che, per la sua geometria variabile, è in grado di soddisfare le esigenze legate al patrimonio culturale nella prospettiva della resilienza climatica e della sostenibilità degli interventi locali”, attraverso un ruolo attivo nei processi di pianificazione adattiva di tipo collaborativo.

Nello specifico, sostiene l’autrice le comunità potrebbero contribuire “al rafforzamento della capacità di raccolta delle informazioni a livello diffuso - e secondo standard comuni - essere d’ausilio rispetto alle manifestate esigenze di costruzione degli indicatori di rischio a partire dai dati locali sul patrimonio culturale e sul clima”.

3.3. Il paesaggio resiliente

Non solo fragile, ma in grado di veicolare i processi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, appare il paesaggio descritto da Marco Brocca, che, nell’inquadrare le diverse componenti paesaggistiche, sottolinea “come le foreste non siano soltanto il terminale passivo degli effetti del cambiamento climatico, ma ne sono anche uno dei rimedi più rilevanti per la loro capacità di produrre servizi ecosistemici di grande utilità (sequestro di carbonio, emissione di ossigeno, regolazione del clima locale, conservazione della biodiversità, tutela dell’assetto idrogeologico, ecc.)”.

Questo processo (la forestazione) aggiunge Brocca assume un peso ancor più rilevante nelle aree urbane in cui la “sofferenza ambientale” cresce parallelamente alla densità abitativa.

Le stesse considerazioni possono essere estese, prosegue Brocca, sia agli orti urbani che ai parchi e giardini, rispetto ai quali si è assistito ad una progressiva attenzione (anche attraverso la recente attuazione del PNRR), in quanto fattori decisivi di resilienza climatica, in grado di produrre significativi benefici sul fronte ambientale e su quello della rigenerazione del territorio.

Tanto più una simile conclusione, secondo Brocca, può estendersi al paesaggio agrario, che benché non tipizzato dal legislatore come bene paesaggistico, rappresenta una delle più evidenti manifestazioni della corrispondente nozione elaborata in ambito europeo, come sintesi dell’interazione tra elementi naturali ed elementi antropici.

Il punto è allora “capire se e quali misure, tra quelle di mitigazione e adattamento, possano considerarsi compatibili con l’ambito delicatissimo del paesaggio agrario nella cognizione delle diverse caratterizzazioni e sfaccettature sottese, nonché nella consapevolezza della sua natura dinamica e mutevole, che implica anche, per ripetere le parole del codice dei beni culturali e del paesaggio la ‘realizzazione di nuovi valori paesaggistici’”, conclude Brocca.

Lungo la stessa direttrice si inseriscono, poi, le considerazioni di Maura Mattalia che, premessa l’idoneità del paesaggio a rappresentare (anche) un veicolo verso la realizzazione degli obiettivi di transizione energetica, attraverso la produzione delle energie rinnovabili, affronta l’annosa questione della “progettazione dei paesaggi rinnovabili”, legata all’individuazione delle aree idonee per la realizzazione degli impianti [27].

È probabilmente inutile sottolineare ulteriormente quanto tali questioni assumano una portata sempre più decisiva con il perdurare della crisi energetica.

In proposito, sottolinea l’autrice come “l'inidoneità di una determinata area non può, dunque, derivare da una qualificazione aprioristica, generale ed astratta, ma può soltanto conseguire all’esito di un procedimento amministrativo che consenta una valutazione in concreto, in ragione delle relative specificità, della inattitudine del luogo prescelto”. Nel caso di aree non idonee, semmai, opera una riserva di procedimento amministrativo, sussistendo “il dovere dell’amministrazione procedente di verificare in concreto, caso per caso, se il singolo progetto sia o meno realizzabile in considerazione delle sue caratteristiche e delle caratteristiche del sito interessato”.

4. Qualche notazione conclusiva

Da quanto detto emergono chiaramente alcuni spazi di miglioramento, necessari a consentire una gestione più efficace dei processi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, dalla prospettiva del patrimonio culturale. Ne vediamo due in particolare: il rafforzamento della qualità e adeguatezza delle conoscenze disponibili sul fronte dell’impatto del cambiamento climatico sul paesaggio e la messa a punto di adeguati sistemi di governance dei processi di pianificazione per la definizione delle misure di mitigazione e adattamento e di monitoraggio dei risultati.

Su entrambi i fonti sembra doversi registrare un ritardo significativo da parte dei livelli regionali e locali, (come mostra l’esperienza dei piani paesaggistici e dell’approvazione dei piani per l’individuazione delle aree idonee), che inevitabilmente condiziona in maniera significativa la capacità di risposta in termini rapidi e con modalità efficaci e soprattutto con una maggiore aderenza ai contesti territoriali, con differenze non trascurabili tra i territori (il che induce a valutare con maggior rigore l’opportunità dell’autonomia differenziata su questi temi) [28].

Ciò contribuisce, inoltre, ad avallare un processo di sostituzione dei territori da parte dei livelli istituzionali europeo e nazionale rispetto alle scelte fondamentali in termini di tutela e valorizzazione del paesaggio e più in generale di sviluppo sostenibile dei territori.

Al netto, dunque, degli approfondimenti necessari sulle molte ombre, vi sono alcune luci.

Dai contributi proposti emergono, infatti, alcuni assi di riferimento lungo cui orientare le successive analisi. Il primo di esse è la tendenza del sistema al superamento della logica della “frammentazione” in favore di quella dell’“integrazione”: integrazione tra gli strumenti di pianificazione, ma anche integrazione tra i soggetti.

Sottolinea Feliziani la “significativa tendenza ad integrare le misure di contrasto al cambiamento climatico nella regolamentazione di altri (e apparentemente distanti) settori, quali - si è detto, ad esempio - l'industria, i trasporti, l'agricoltura e - per quanto qui ci occupa - il patrimonio culturale”.

Si tratta in parte della conseguenza per la scelta di un approccio “eco-sistemico” [29] “olistico”, che riguarda i contenuti della pianificazione ma anche l’assetto della governance, e comporta una significativa “centralizzazione” delle scelte strategiche (come mostra il processo che ha condotto all’approvazione in particolare all’approvazione del Piano di adattamento al cambiamento climatico [30]), in cui il ruolo degli enti locali rimane in molti casi marginale, nonostante i dichiarati riferimenti al modello sussidiario.

In parte in contrasto con il primo è il secondo asse di riferimento, lasettorializzazione” della pianificazione, vale a dire la progressiva emersione di (nuovi) interessi meritevoli di tutela (da ultimo l’adattamento ai cambiamenti climatici e prima la promozione delle energie rinnovabili) risolta con la previsione di ulteriori strumenti di pianificazione (il PNACC o il PNIEC [31], ma anche il Piano del Mare [32]), per un crescente ricorso al “Piano”, che, pur se indirizzato a risolvere questioni settoriali pretenderebbe di fatto di avere una natura “onnivora”.

Il terzo asse di riferimento riguarda la proliferazione di interessi spesso confliggenti rispetto ai quali il procedimento amministrativo diventa la “sede di ponderazione non aprioristica” (Brocca). In questo senso, parla di “riserva di procedimento” Maura Mattalia, attribuendo alle amministrazioni un dovere di verifica non generale e astratto, ma concreto ed esercitato caso per caso.

Per altro verso, la composizione degli interessi nel senso della prevalenza di alcuni di essi sugli altri viene cercata attraverso la previsione di misure di semplificazione procedimentale, che tuttavia ripropongono le note perplessità rispetto all’effetto che le semplificazioni procedimentali possono comportare per la qualità delle decisioni amministrative.

Lo stesso bilanciamento tra interessi, del resto, è per sua stessa natura mutevole e soggetto a “cambiamenti” e al necessario adattamento delle norme e delle priorità che ne consegue su scala nazionale e soprattutto europea [33].

Proprio la categoria di patrimonio fragile consente, però, “di rileggere la tutela come regolazione del mutamento, non come sua negazione” (Magni e Ferraioli).

In altre parole, si tratta di capire quando l’innesto di misure di compensazione e adattamento climatico, in quanto necessarie per la sopravvivenza del paesaggio, possano considerarsi “tollerabili” (Brocca).

Qualche luce e molte ombre, dunque, con l’auspicio di aver contribuito al dibattito giuridico su questi temi, indicando qualche proposta (se non soluzioni) per provare a ragionare sulle cause e mitigare gli effetti del cambiamento climatico sul patrimonio culturale, in tempi rapidi, con alla mente il mito di Atlantide, “nel volgere di un giorno e di una brutta notte [...] tutto in massa si sprofondò sottoterra, e l'isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve” (Platone [34]).

 

Note

[*] Attualità - Valutato dalla Direzione.

[**] Carmen Vitale, Ricercatrice di Diritto amministrativo e pubblico presso il Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo dell’Università di Macerata, carmen.vitale@unimc.it.

[1] Una parziale stima dei danni si trova su: https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2026/01/ciclone-harry-sud-italia-danneggiamento-patrimonio-culturale/.

[2] Cfr. i dati raccolti su: https://notizie.regione.emilia-romagna.it/comunicati/2023/maggio/maltempo-danni-al-patrimonio-culturale-prime-ricognizioni-della-regione-a-bologna-e-in-romagna-smottamenti-in-parchi-e-giardini-storici-la-situazione-piu-critica-a-faenza.

[3] Il testo del rapporto UNESCO è disponibile su: https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000394251.

[4] E. Pranzini, D. Povh, Il paesaggio della costa adriatica alla luce del cambiamento climatico, in Cambiamento climatico, Cambiamento climatico e paesaggio. Dalla definizione degli impatti alla costruzione di nuovi modelli di governance, (a cura di) M. Reho, F. Magni, F. Musco, Milano, 2023, pag. 38.

[5] https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2022/07/ritrovamenti-archeologici-portati-dalla-siccita/.

[6] Cfr. Changing minds, not the climate, https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000245977.

[7] “Coerentemente con quanto auspicato dagli indirizzi internazionali precedentemente citati in materia di sviluppo sostenibile, basato su un rapporto equilibrato e armonioso tra bisogni sociali, attività economiche e ambiente, il paesaggio costituisce una risorsa essenziale a favorire il dinamismo urbano: la sua tutela, gestione e pianificazione possono quindi contribuire ampiamente ad una più generale sostenibilità”. F. Magni, Il paesaggio urbano in uno scenario globale di cambiamento climatico, in Cambiamento climatico, Cambiamento climatico e paesaggio. Dalla definizione degli impatti alla costruzione di nuovi modelli di governance, cit., pag. 30.

[8] La composizione e le funzioni del Climate heritage network sono riportate su: https://www.climateheritage.org/.

[9] I contenuti del piano possono essere consultati su: https://static1.squarespace.com/static/62fbf293c4912c5514ac3b2a/t/633099003c9dec7d5f34db5c/1664129289161/CHN+Action+Plan+Final.pdf.

[10] https://whc.unesco.org/en/series/22.

[11] Unione mondiale per la conservazione della natura.

[12] Organizzazione intergovernativa per la conservazione di tutte le forme di patrimonio culturale.

[13] Si v., però, in Italia la specifica sezione della Piattaforma nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici promossa su iniziativa della ex Direzione Generale per il Clima e l’Energia del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, è dedicata al patrimonio culturale, https://climadat.isprambiente.it/conoscere-i-cambiamenti-climatici/impatti-vulnerabilita-adattamenti/patrimonio-culturale/.

[14] Con riferimento all’esposizione dei beni culturali al pericolo di frana è stata effettuata una stima intersecando le aree a pericolosità con i beni Culturali architettonici, monumentali e archeologici italiani del Sistema VIR - Vincoli in Rete del MiC. Secondo tale stima, i beni Culturali complessivi a rischio frane in Italia sono pari al 17,9% del totale (banca dati VIR al 7 giugno 2021) e rispetto alle classi di pericolosità elevata P3 e molto elevata P4 i beni Culturali esposti sono pari al 5,9%. Il numero più elevato di beni culturali a rischio frane in aree a pericolosità P3 e P4 si registra in Campania, Toscana, Marche, Emilia-Romagna e Lazio. In relazione alla pericolosità da alluvione, se si considerano i beni culturali ricadenti nella perimetrazione delle aree di rischio, le elaborazioni fornite da ISPRA identificano che la percentuale di beni che ricadono in aree a pericolosità elevata (HPH) raggiunge il 7,8% del totale nazionale (6,8% al 2017); quelli esposti a pericolosità media (MPH) sono il 16,5% (15,3% al 2017) e infine i beni culturali che rientrano in aree a pericolosità bassa (LPH) sono il 24,3% (19,4% al 2017) del totale nazionale (ISPRA (2021). Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio - Edizione 2021. Rapporto 356/2021; Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati. Rapporto 353/2021.

[15] Proprio nel quadro delle misure volte a mitigare i fattori di vulnerabilità paesaggistica di Venezia e della sua laguna è stato recentemente approvato il d.l. n. 103 del 2021 conv. in legge 16 settembre 2021, n. 125, Misure urgenti per la tutela delle vie d'acqua di interesse culturale e per la salvaguardia di Venezia, nonché disposizioni urgenti per la tutela del lavoro che prevede specifiche misure di limitazione del transito di navi a tutela delle sue vie urbane d'acqua di interesse culturale.

[16] C. Giupponi, Venezia e i cambiamenti climatici, Bologna, 2022, pag. 109.

[17] Cfr., Mediterranean UNESCO World Heritage at risk from coastal flooding and erosion due to sea-level rise, https://www.nature.com/articles/s41467-018-06645-9#additional-information).

[18] Altrettanto rilevante l’impatto del clima sul paesaggio agrario. L’agricoltura rappresenta, infatti, una delle cause e al tempo stesso una delle vittime del cambiamento climatico., (cfr. il Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) 2019, https://ipccitalia.cmcc.it/i-punti-essenziali-di-climate-change-and-land-il-rapporto-speciale-ipcc/.

[19] In tema, S. Borràs-Pentinat e A. Cossiri, La protezione giuridica dei migranti forzati per causa climatica all’incrocio degli ordinamenti giuridici, in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2024, n. 3, https://www.dirittoimmigrazionecittadinanza.it/archivio-saggi-commenti/saggi/fascicolo-n-3-2024-1/1606-la-protezione-giuridica-dei-migranti-forzati-per-causa-climatica-all-incrocio-degli-ordinamenti-giuridici/file.

[20] United Nation Framework Convention for Climate Change, cfr. https://unfccc.int/topics/adaptation-and-resilience/the-big-picture/introduction.

[21] Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione nei paesi gravemente colpiti dalla siccità, https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/united-nations-convention-to-combat-desertification-in-countries-seriously-affected-by-drought.html.

[22] Il protocollo è disponibile su: https://www.isprambiente.gov.it/it/servizi/registro-italiano-emission-trading/aspetti-generali/protocollo-di-kyoto.

[23] F. Magni, Il paesaggio urbano, cit., pag. 28.

[24] I contenuti del Green Deal possono essere consultati su: https://www.consilium.europa.eu/it/policies/green-deal/#:~:text=Il%20Green%20Deal%20europeo%20%C3%A8%20un%20pacchetto%20di%20iniziative%20strategiche,un'economia%20moderna%20e%20competitiva.

[25] Nei borghi e nelle aree interne e rurali una più efficace considerazione del patrimonio culturale negli strumenti di pianificazione può contribuire ad un bilanciamento dei flussi turistici in modo sostenibile (evitando il sovraffollamento turistico), sostenendo la ripresa dello sviluppo e delle attività turistiche e culturali nelle aree fragili distribuite in un’ampia parte del territorio nazionale. Qui assume inoltre rilievo il ruolo delle comunità nei processi di adattamento ai cambiamenti climatici nei territori periferici; in particolare è interessante indagare il tema delle comunità energetiche da un lato e quello della individuazione e gestione di itinerari culturali (come strumenti di tutela del paesaggio, anche verso i fenomeni naturali intensificati dal cambiamento climatico che di promozione del territorio (e di un turismo sostenibile) ed il tema (al precedente connesso) dei patti di comunità per la sostenibilità ambientale (l.r. n. 46/2013 Toscana). Sull’impatto del cambiamento climatico nelle aree interne si v. il progetto relativo al programma interreg Adrion, su: https://riabitarelitalia.net/RIABITARE_LITALIA/ladattamento-al-cambiamento-climatico-nelle-aree-interne-una-proposta-di-progetto-per-il-programma-interreg-adrion/.

[26] Nelle grandi aree metropolitane il patrimonio culturale può rappresentare un importante veicolo di inclusione e rigenerazione sociale e dunque sviluppare un maggior grado di consapevolezza e resilienza rispetto al cambiamento climatico, specie attraverso le forme di riuso del patrimonio pubblico e culturale nella prospettiva dell’economia circolare (così nel citato Action Plan for Climate Heritage), https://www.climateheritage.org/.

[27] Sul tema è di recente intervenuta la legge 15 gennaio 2026, n. 4, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, recante “Misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili”, cd. d.l. Transizione 5.0 e Aree idonee. Il tema, come si sa, è centrale dal momento che meno della metà di regioni presenta un target di installazione di nuovi impianti, adeguato agli obiettivi da raggiungere per la transizione energetica, https://www.greenreport.it/news/nuove-energie/59683-rinnovabili-solo-8-regioni-italiane-sono-in-linea-con-gli-obiettivi-dinstallazione-di-nuovi-impianti.

[28] In tema, si v. R. Bin, Regionalismo differenziato: i nodi sono venuti al pettine, in Le regioni, 2025, n. 1, pag. 5; M. Cammelli, Flessibilità, autonomia, decentramento amministrativo: il regionalismo oltre l’art. 116.3 Cost., in Astrid rassegna, 2019, n. 10 (www.astridonline.it), pag. 5; A. Morrone, Differenziare le regioni senza un disegno di Repubblica, in Nuove Autonomie, 2024, pagg. 219 ss.

[29] Sull’interpretazione della locuzione “approccio eco-sistemico, si v. https://www.mase.gov.it/portale/approccio-ecosistemico.

[30] Il Piano di adattamento al cambiamento climatico è disponibile su: https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/pnacc_documento_di_piano-pdf.

[31] Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima del 2019, https://www.mase.gov.it/comunicati/pubblicato-il-testo-definitivo-del-piano-energia-e-clima-pniec.

[32] Piano del Mare, https://www.dipartimentopolitichemare.gov.it/it/consultazioni-pubbliche/piano-del-mare-2026-2028/.

[33] La direttiva (UE) 2023/2413 RED III, facente parte del Pacchetto “Fit for 55”. rende più ambiziosi, in linea con il Piano Repower EU, gli obiettivi 2030 in materia di consumo di energia da fonti rinnovabili, e, a tale fine, introduce un corpus organico di norme di armonizzazione, finalizzate a dare un necessario, maggiore impulso alla produzione di energia da tali fonti.

[34] Il mito di Atlantide si deve a Platone (427-347 a.C.) che lo anticipa nel dialogo Timeo e lo espone poi, in maniera molto dettagliata, nel successivo dialogo Crizia.

 

 

 



copyright 2026 by Società editrice il Mulino
Licenza d'uso


inizio pagina