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La digitalizzazione del patrimonio culturale

Catalogare nel 2020

di Carlo Birrozzi, Barbara Barbaro, Maria Letizia Mancinelli, Antonella Negri, Elena Plances, Chiara Veninata

Sommario: 1. Il Catalogo. - 2. Nuove opportunità. - 3. La rivoluzione digitale. - 4. Criticità, risorse e proposte per il futuro.

To catalogue in 2020
The ICCD manages the general catalog of cultural heritage thanks to an articulated knowledge system consisting of methods, tools and rules for acquiring information on cultural heritage according to homogeneous procedures and criteria. The Catalog has a highly centralized structure regulated by decision-making processes and funding flows which make it similar to a large traditional encyclopedia. It collects about 3 million records and it is not a sufficient tool to provide a complete, comprehensive and coherent map of the Italian cultural heritage. In 2017 the General Catalog of Cultural Heritage has been included among the key public databases to be released in open data. The ICCD started an innovative path that should allow to explore the possibilities offered by semantic web for the automatic enrichment of the cataloging data both in quantitative and qualitative terms. The new catalog website is being published: it will include the participation of research bodies and specialists in the processing of data and the possibility of retrieving the information produced in the ordinary activities of the peripheral institutes of Mibact.

Keywords: Cataloging; Cultural Heritage; Semantic Web.

1. Il catalogo

L'Istituto Centrale per il catalogo e la documentazione ICCD afferisce dal 2020 all'Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale. In base al Decreto di organizzazione del 7 ottobre 2008, e al successivo d.m. 23 gennaio 2017, l'Istituto ha funzioni di ricerca, indirizzo, coordinamento tecnico-scientifico finalizzate alla documentazione e alla catalogazione dei beni culturali; elabora metodologie catalografiche e coordina le attività operative realizzate dagli enti sul territorio; gestisce il Catalogo generale del patrimonio archeologico, architettonico, storico artistico e demoetnoantropologico nazionale. Il complesso delle attività svolte dall'Istituto può essere quindi ricondotto a tre aree principali: catalogazione, fotografia, ricerca e formazione. Le attività di censimento e catalogazione sono state condotte ad opera degli uffici statali a ciò preposti dall'epoca della sua fondazione (1975) fino alla metà degli anni Settanta, quando alle soprintendenze si aggiungono i primi centri di documentazione regionale con gli obiettivi di censire, catalogare e documentare i beni culturali presenti nei diversi territori. Negli anni successivi, una serie di accordi con la CEI (2002), con la Tavola Valdese (2014) e con la Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia (2015) e con varie Università, determinano un considerevole ampliamento dei nodi della vasta rete di enti coinvolti nei processi della catalogazione.

Per garantire coerenza a tali presupposti, l'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione ha elaborato nel tempo un articolato "sistema di conoscenza": principi di metodo, strumenti e regole per acquisire le informazioni sui beni secondo procedure e criteri omogenei. La componente fondamentale di questo sistema è rappresentata dalle schede di catalogo, modelli descrittivi costituiti da una sequenza predefinita di voci, che raccolgono in modo formalizzato le notizie sui beni, seguendo un percorso conoscitivo che guida il catalogatore e al tempo stesso controlla e codifica i dati sulla base di precisi parametri e vocabolari [1]. Nelle schede viene registrato il codice univoco nazionale assegnato a ciascun bene culturale, punto di riferimento di tutto il processo di catalogazione [2]. L' ICCD gestisce il complesso delle informazioni catalografiche sul patrimonio culturale mediante il "Sistema informativo generale del catalogo" (SIGECweb), realizzato con l'obiettivo di unificare e ottimizzare i processi connessi alla catalogazione, assicurando, grazie al controllo delle procedure applicate, la qualità dei dati prodotti e la loro rispondenza agli standard nazionali. L'omogeneità delle informazioni è concepita, infatti, come il presupposto indispensabile per la loro immediata disponibilità, il corretto utilizzo e la condivisione. Il SIGECweb è dunque il sistema operazionale attraverso il quale viene gestito l'intero processo della catalogazione dei beni culturali di proprietà pubblica e privata; permette, in tempo reale, la diffusione degli standard catalografici, gli aggiornamenti funzionali, l'immediata implementazione dei dati conoscitivi sul patrimonio culturale, la loro fruizione ad utenti accreditati e la condivisione con altri sistemi. Il sistema consente infine di predisporre l'ambiente di lavoro proprio di ciascun operatore, differenziando così le azioni che ognuno avrà a disposizione per effettuare le proprie attività nella gestione dei dati. Possono accedere alla banca dati del catalogo gli utenti accreditati per finalità istituzionali e di ricerca [3]. Gli utenti potenziali di questo sistema sono tutti gli enti che svolgono attività di catalogazione: le amministrazioni pubbliche, gli enti di ricerca e quelli con finalità culturali, i professionisti operatori del settore. I dati relativi a ciascuna tipologia di bene sono raccolti anche tramite l'ausilio di vocabolari controllati, che mirano ad assicurare la massima omogeneità possibile ai dati medesimi. Il processo di costruzione e pubblicazione dei vocabolari controllati è coordinato da ICCD e svolto in stretta collaborazione con le Università e con esperti dei vari settori disciplinari. Nel tracciato di ogni singola scheda si esplicitano informazioni identificative, descrittive, tecnico scientifiche, storico critiche, geografiche e di contesto, che consentono di porre in relazione il bene al territorio e agli altri beni, secondo una prospettiva spazio temporale. Si tratta di un sistema fortemente interrelato, con relazioni verticali (ad esempio un bene complesso come un ciclo pittorico e le singole opere che ne fanno parte) e orizzontali tra beni diversi (ad esempio beni appartenenti ad una collezione) e relazioni con authority file (autore, bibliografia, luogo di conservazione, eventi come le campagne di scavo e di ricognizione per l'ambito archeologico) [4].

2. Nuove opportunità

Dal 2015 è online anche il sito pubblico del Catalogo, che ha permesso di ricercare informazioni sui beni culturali catalogati attingendo le informazioni in modo dinamico dal SIGECweb. Sono state rese consultabili le schede con immagini relative a beni culturali di proprietà pubblica conferite al Sistema informativo generale del catalogo: monumenti, collezioni, raccolte, oggetti di interesse artistico o storico, reperti e siti archeologici, beni scientifici e naturalistici. Include solo parzialmente i dati conoscitivi prodotti e raccolti dai centri di documentazione regionali, che vengono gestiti e valorizzati anche a livello territoriale. Percorsi guidati permettono di effettuare ricerche, visualizzare anteprime e accedere alla scheda di catalogo del singolo bene di interesse. L'accesso al sistema è libero e le informazioni sono a disposizione di tutte le tipologie di utenti che vogliono consultare la banca dati del Catalogo generale dei beni culturali. Poiché il sito contiene contenuti diversificati, anche redazionali, le informazioni vengono rilasciate con licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo (CC-BY-NC-SA).

In questo quadro generale, nel 2017 il Catalogo generale dei beni culturali è stato inserito tra le basi dati chiave da rilasciare in formato aperto relativamente all'ecosistema digitale Cultura e Turismo [5]. Dovendo quindi procedere alla pubblicazione in open data del Catalogo, l'ICCD ha intrapreso una strada innovativa che consentisse, oltre allo scambio di dati, di esplorare le possibilità offerte dal cosiddetto web semantico. In particolare la diffusione di modelli ontologici [6] e di linked open data (LOD) sembrano offrire uno scenario in cui potrebbero trovare soluzione alcuni dei problemi suesposti. Si fa riferimento, in particolare, all'utilizzo di strumenti in grado di abilitare la descrizione, la pubblicazione e la condivisione dei dati attraverso database aperti e distribuiti (triplestore) in cui il singolo dato viene immediatamente reso disponibile sul web dall'istituzione responsabile, connotato semanticamente attraverso il ricorso a metadati espressi secondo formalismi comprensibili anche dai motori di ricerca più evoluti (ontologie) e collegabile facilmente ad altri dati attraverso relazioni significative, perché anch'esse riferite a modelli concettuali comprensibili dai software [7].

A livello internazionale, a partire dal 2010, si è manifestata una certa tendenza a promuovere i linked open data come una pratica standard di produzione e pubblicazione dei dati sul web, in linea con le raccomandazioni contenute nel Library Linked data Incubator Group Final Report rilasciato alla fine del 2011 dal Library Linked data Incubator Group del W3C [8] e con gli indirizzi di Europeana [9] e con la stessa direttiva 2013/37/UE sulla PSI (Public Sector Information), recepita anche in Italia nel 2015 [10]. Negli ultimi dieci anni si stanno compiendo rapidi passi nella direzione della pubblicazione in formato linked open data dei dati relativi alle collezioni, soprattutto in ambito biblioteconomico e museale o per specifici progetti che riguardano il cultural heritage in maniera trasversale. Tali esperienze hanno determinato una crescente consapevolezza sulle potenzialità che i linked open data offrono alle istituzioni culturali per "aprire" i propri dati e pubblicarli secondo modalità innovative che consentono l'arricchimento reciproco delle informazioni di partenza collegate ad altre fonti pubblicate secondo i medesimi paradigmi [11]. In questa direzione, oggi si inizia a parlare, anziché di "cataloguing", di "catalinking", secondo la felice espressione di Roy Tennant [12].

Per l'ICCD, individuato l'obiettivo, si è trattato di comprendere come procedere alla pubblicazione dei linked open data del Catalogo senza sacrificare nulla della capacità, evoluta nel tempo, di esprimere complesse architetture della conoscenza sul patrimonio culturale.

Una corretta rappresentazione della complessità correlata ai dati sul patrimonio culturale e alle loro relazioni richiede, infatti, che sia favorita l'esplicitazione di tutto il loro potenziale informativo, senza perdita di specificità semantica.

Le capacità semantiche dei dati dipendono dai modelli ontologici scelti in fase di modellazione dei dati: a tal fine, può essere significativo approfondire, dal punto di vista dottrinale e metodologico, le implicazioni connesse con l'adozione degli strumenti del semantic web per la pubblicazione di dati sul patrimonio culturale. L'evoluzione del web attuale verso il web dei dati [13] è un passaggio cruciale, forse più dirompente rispetto a quanto avvenne in ambito internazionale intorno agli anni Ottanta con i primi esperimenti di informatizzazione dei cataloghi: si tratta infatti di "trasformare" dati in gran parte già pubblicati su OPAC, portali o pagine web in set di dati riutilizzabili automaticamente dalle macchine, identificando le componenti della descrizione meritevoli di essere considerate, nel nuovo paradigma, "atomi" (risorse autonome identificate da URI), rendendo tali risorse compatibili con le nuove tecnologie e i nuovi standard del web e condivisibili da applicazioni diverse da quelle per cui sono state originariamente create.

Il nuovo sito di consultazione del Catalogo generale dei beni culturali online, disponibile a fine 2020, mira a esplicitare la componente semantico-relazionale dei dati sul patrimonio culturale, presente naturalmente nelle informazioni del SIGECweb, attraverso le tecnologie del web semantico in modo da offrire all'utente non solo la consultazione della risorsa digitale e dei dati descrittivi sul singolo elemento o gruppo di beni ricercato, ma anche la ricostruzione del contesto nel quale tali oggetti si collocano, evidenziando le relazioni esistenti fra gli elementi del patrimonio, i soggetti che li definiscono, i luoghi che ne sono lo scenario, le persone a cui sono legati e arricchendo le fonti di partenza con informazioni di qualità utili a fini conoscitivi, educativi, di ricerca, oltre che di valorizzazione. Nel rendere conto di questo complesso di relazioni sfrutta le relazioni che è possibile creare con dati del patrimonio culturale resi disponibili da altre istituzioni (regioni, Comuni, Università, Wikidata, OpenLIbrary, OCLC) in formato aperto (linked open data)

I dati del catalogo sono anche relazionati con altre banche dati dell'Istituto, nate indipendentemente dal Catalogo e, finora, mai collegate al Catalogo stesso. Si tratta in particolare di:

- database di "gestione del patrimonio fotografico" conservato presso l'Istituto (attualmente con oltre 600.000 record) a cui sarà associata un'interfaccia di consultazione basata sui risultati del Progetto ArCo.

- #scenedaunpatrimonio è una piattaforma di raccolta e organizzazione fotografia privata e familiare attraverso la quale si vuole raccontare il patrimonio culturale e la sua storia. È un nuovo progetto sulla fotografia che si affianca alla missione istituzionale di conservazione e valorizzazione delle proprie collezioni fotografiche e di gestione del Catalogo generale del patrimonio culturale. Si vuole in questo modo perseguire quella visione del patrimonio che, accanto alla dimensione oggettuale, vuole far emergere anche la componente immateriale del bene culturale, valorizzando al tempo stesso la fotografia in quanto essa stessa patrimonio da tutelare.

Si sta inoltre studiando il modo di collegare semanticamente anche:

- la banca dati del "Patrimonio culturale immateriale (PCI)", che costituisce il risultato del Progetto integrato per il Patrimonio Culturale Immateriale e la Diversità Culturale PACI, ma vuole anche essere, più in generale, un luogo di aggregazione per ciò che concerne le attività istituzionali messe in atto in materia di eredità culturali immateriali. Contiene le schede e le documentazioni del progetto PACI, degli inventari del patrimonio culturale immateriale, redatti ai sensi della Convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (2003), dell'Inventario delle memorie della cultura alimentare della Campania nonché le schede e le documentazioni del progetto ICCD Patrimonio culturale immateriale afferente al Programma del Mibact "500 giovani per la cultura".

- il "WebGIS dell'Aerofototeca nazionale", in via di sviluppo, con gli ingombri delle foto aeree catalogate nella banca dati SORTIE.

l'ICCD ha ritenuto di utilizzare per licenziare i contenuti del Catalogo dei bei culturali, le licenze della famiglia Creative Commons (https://creativecommons.org; http://www.creativecommons.it/) per due ordini di ragioni:

1) si tratta di licenze internazionali multilingua, definite e gestite da un'organizzazione no-profit, diffuse e riconosciute a livello mondiale (elemento in grado di favorire il riutilizzo anche da parte di sviluppatori/utenti stranieri);

2) sono licenze appositamente create per gestire contenuti che siano assoggettabili al diritto d'autore, permettendone lo sfruttamento. Occorre precisare che i contenuti del Catalogo dei beni culturali sono riconducibili al diritto d'autore in quanto si tratta di una produzione scientifica che è opera dell'ingegno; inoltre il Catalogo stesso, in quanto banca dati intenzionalmente formata, rientra nella sfera del diritto d'autore così detto sui generis.

3. La rivoluzione digitale

In questi anni si è avviata ed è tuttora in atto la rivoluzione digitale, secondo alcuni il più profondo cambiamento dopo l'invenzione della stampa, che ha mutato il modo di relazionarsi delle persone e l'accesso all'informazione. La disponibilità di terminali a basso costo come gli smartphone e di contratti sempre più convenienti operati dalle società di telefonia hanno coinvolto nel cambiamento tutte le fasce sociali e tutte le età che hanno avuto pieno accesso ad Internet e ai servizi offerti dalla rete, tra i quali la facile consultazione di banche dati prima difficilmente accessibili. Alessandro Baricco [14] illustra bene in un volume di recente pubblicazione, i tempi e i numeri di questa rivoluzione compiuta in talmente pochi anni che chi l'ha avviata lavora ancora oggi attivamente per ottimizzarla. Non è più eludibile, pertanto, un ripensamento del catalogo che riguardi tanto il pubblico di riferimento quanto anche le modalità di acquisizione dei dati.

Come molti altri strumenti pensati per la sistematizzazione e diffusione dell'informazione, il catalogo ha una struttura fortemente centralizzata e regolata da processi decisionali e flussi di finanziamento, che, anche nella sua forma digitale, non lo rendono dissimile da una grande enciclopedia di tipo tradizionale. Sul fronte opposto si pone Wikipedia, enciclopedia collaborativa per eccellenza che sfrutta il web come campo di discussione da cui drenare tanto l'informazione quanto la sua verifica. Wikipedia, a partire dal nome, fa della velocità la propria bandiera, come appunto la tecnologia che la ispira che tende ad accorciare i tempi di risposta. È stata avviata nel 2001 ed ha riscosso immediato successo con rapide impennate nella acquisizione dei dati e la formazione di redazioni nazionali. Alle certezze offerte dai mezzi a stampa, wikipedia garantisce un costante aggiornamento e il controllo di una amplissima comunità. Se il tema della certificazione del dato e della sua attendibilità sono tra quelli maggiormente significativi e lo è specialmente per un ente pubblico, non si può sacrificare ad esso la velocità nella elaborazione dell'informazione e un più ampio coinvolgimento di esperti e istituti di ricerca.

Fin dall'inizio, si è sentita l'esigenza che la descrizione del bene fosse affiancata da grafici e immagini, ma si scontra con le note difficoltà nella gestione di queste ultime. La tecnologia è oggi talmente evoluta da poter sostituire la descrizione verbale di un oggetto con diagrammi o modelli navigabili in cui è riservata all'immagine un ruolo importante anche come chiave di ricerca dei soggetti. Anche su questo fronte sono attive sperimentazioni con alcune università e il supporto di fondi europei. Tuttavia, La lingua si rivela ancora, come un patrimonio importante tanto quanto gli oggetti che descrive ed è in corso la formazione di dizionari aperti. La collaborazione delle banche dati regionali sarà utile a questo scopo perché con forme dialettali vengono identificati tanto oggetti quanto operatori, tecniche e materiali che consentono di produrli e finisce per rappresentare competenze specifiche e capacità manuali preziose profondamente legate ai luoghi e alla tradizione locale.

4. Criticità, risorse e proposte per il futuro

La catalogazione precede di molto la nascita dell'istituto che oggi se ne occupa, nel 1893, infatti, con r.d. n. 45 è stato istituito il catalogo dei monumenti, compilato a cura degli uffici locali del ministero della Pubblica istruzione: i beni contenuti nell'elenco sono da intendersi come monumento, elenco e tutela hanno in questo caso la stessa estensione. Nel 1923 la compilazione del catalogo viene confermata con r.d. n. 1889 e ai monumenti vengono aggiunte anche le opere d'interesse storico, archeologico e artistico. All'articolo 1 del decreto si specifica che la scheda di catalogo è firmata dal consegnatario della cosa e controfirmata dal soprintendente, a conferma che i beni iscritti nell'elenco sono anche tutelati. Sono gli anni del dibattito sulla conservazione dei beni culturali nel paese da poco unificato, ma già insofferente alle ragioni della conservazione del passato. A pochi anni dalla presa di Roma, infatti, le violente trasformazioni indotte dall'unificazione avevano già fatto le prime illustri vittime: La Villa Ludovisi e la villa Peretti furono abbattute per fare spazio a nuove costruzioni e la loro distruzione suscitò non poco clamore.

Nel 1939, la legge 1089 ha definito l'attività di tutela e all'articolo 3 istituito il procedimento amministrativo per la dichiarazione dell'interesse culturale ponendo in capo al Ministro il compito di notificarlo. La catalogazione scompare quasi dalla legge e non viene menzionata come parte del procedimento: non lo precede né lo segue, tantomeno ne fa parte.

Nel 1975 il decreto di organizzazione del ministero dei Beni culturali, istituisce l'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione cui attribuisce il compito di costituire e gestire il catalogo dei beni culturali di interesse archeologico, storico-artistico e ambientale. Sul fronte della catalogazione, vengono strutturati i procedimenti e individuate gli istituti di riferimento per la acquisizione di dati sul patrimonio. ICCD, soprintendenze e direzioni generali sono i principali attori della catalogazione, il primo fornisce indicazioni sulla strategia e il metodo per la raccolta dati che viene finanziata dalle direzioni generali e messa in pratica dalle Soprintendenze con scelte autonome sul territorio.

Il catalogo oggi raccoglie circa 3 milioni di schede di cui circa 800mila pubblicate. Redatte in un periodo lungo, con campagne disomogenee e raramente revisionate, sono a volte decisamente invecchiate e non riescono a rappresentare il variegato patrimonio culturale italiano. A questo si aggiunge la difficoltà di potere allegare alle schede una adeguata documentazione grafica e fotografica aggiornata e libera.

Una fase di riflessione sul catalogo è stata recentemente avviata per adeguarlo alle innovazioni apportate da internet e dalle nuove tecnologie e il confronto con il pensiero contemporaneo è stato molto stimolante, specie con la teoria degli atti sociali e della documentalità [15] in particolare. Secondo tale teoria un oggetto è risultato di un atto sociale, che viene riconosciuto da almeno due persone. Il bene culturale viene riconosciuto come tale in forza di un atto specifico che è la dichiarazione dell'interesse culturale, è possibile, quindi, considerare il bene culturale come un calzante esempio di oggetto sociale o di atto linguistico in virtù del processo che lo riconosce come tale. L'atto contiene la descrizione del bene e la definizione di quelle caratteristiche che costituiscono le condizioni necessarie e sufficienti affinché venga riconosciuto parte del patrimonio culturale italiano. Lo spostamento dell'attenzione che la cultura contemporanea ha effettuato dalla realtà alla sua descrizione è evidente anche in altri settori come ad esempio l'economia che vive ormai di mediazioni e scambi, di informazioni e della loro conservazione e archiviazione sostituendo atti alla reale movimentazione delle merci [16]. In tutti questi casi, i cataloghi, gli elenchi e gli archivi sono strumenti fondamentali per la gestione della realtà completamente dematerializzata. Ma anche gli studi specialistici che consacrano la rilevanza di oggetti, fatti e movimenti possono essere considerati come atti iscritti che concorrono alla definizione della mappa del patrimonio culturale italiano. Già l'articolo 17 del codice individua diversi attori nella attività di catalogazione oltre il Mibact. La centralità del dato nella cultura contemporanea è resa ancor più evidente e riconosciuta dagli ingenti investimenti che la Comunità Europea si appressa a fare per accompagnare la digitalizzazione e la transizione digitale di molti paesi.

La connessione dei dati e la possibilità di accedervi costituiscono la principale sfida contemporanea. Per anni ICCD e soprintendenze hanno privilegiato la creazione di nuove schede per la descrizione dei beni patrimoniali sulla base di procedure e di normative elaborate appositamente, ma è ora di avviare il recupero di tutti quegli atti, inventari ed elenchi prodotti dall'amministrazione negli anni che contengono informazioni preziose e sono frutto di una attività autorevole. Si deve tentare di recuperare un flusso di lavoro ricco che è alla base di ogni possibile presentazione e valorizzazione. Per disegnare il perimetro del patrimonio culturale è necessario tornare alla fonte e ai documenti prodotti dal ministero e ricostituire in questo modo il legame con la tutela che esisteva con i primi elenchi. Allo stesso modo la acquisizione di informazioni sugli stessi beni prodotti da fonti autorevoli, ciascuna nel proprio ambito, è indispensabile per arricchire, completare e tenere aggiornata la banca dati.

Dalle dichiarazioni d'interesse alle autorizzazioni dei restauri, sono molti gli atti che non vengono messi a sistema e le cui informazioni si perdono non essendo interrogabili perché ancora cartacei o prodotti in modo non adeguato e quindi non collegabile alla banca dati del catalogo. Si è spesso assistito negli anni alla proliferazione di piattaforme database tra loro non interoperabili e condannate a rimanere inutilizzate nel tentativo di non perdere informazioni preziose. Siamo chiamati a recuperare l'equazione oggetto=atto iscritto, a collegare per primi i dati che emergono dagli atti dell'amministrazione arricchendoli poi con quanto disponibile in modo autorevole dalla rete privilegiando efficacia ed economia. La maggior parte dei dati necessari per la rappresentazione del patrimonio è stata già largamente prodotta, e può essere messa a sistema per descrivere la mappa del patrimonio sulla base di quel perimetro che solo l'amministrazione dei beni culturali è designata a definire.

Mi piace usare la metafora della mappa perché è al contempo rappresentazione e, quindi, interpretazione, ma anche guida e strumento per ritrovarsi e muoversi, offrire una immagine completa, esaustiva e coerente del patrimonio. Il catalogo può rappresentare la sistematica azione conoscitiva del territorio operata dagli uffici Mibact, e non solo da loro, e che testimonia di quella visione di culturalità diffusa che è maturata negli anni Sessanta [17] in Italia e che ha fatto parlare un giurista come Alberto Predieri di paesaggio integrale [18] inserito in un continuo processo creativo.

Recenti vicende hanno messo in evidenza la necessità che venga esplicitata e rappresentata la sistematica azione di tutela messa in atto dal Mibact e la sua specifica visione del paesaggio culturale che altrimenti può essere interpretata come un freno del tutto arbitrario, frutto della volontà di gestire potere piuttosto che garantire il futuro del paese. È di tutta evidenza che l'Italia tragga grande giovamento dalla propria eredità culturale e dalle capacità di fare su molti fronti che spesso si alimenta di questo fortunato lascito. Un catalogo accessibile e frequentabile liberamente potrebbe offrire molte opportunità, compresa quella di rendere chiara ed evidente l'azione che le soprintendenze compiono ormai da molti anni rendendo attuale e concreta la riflessione sulla conservazione.

In definitiva stiamo lavorando per realizzare una piattaforma in grado di gestire informazioni prodotte da più fonti a partire da quelle già elaborate da ICCD, insieme a quelle prodotte da altri uffici e istituti del nostro ministero nella loro attività di conoscenza, tutela e valorizzazione. Accanto a questi dati potranno confluire nel catalogo i dati prodotti da altri ministeri e istituti statali in modo autorevole, come anche i contributi esterni di specialisti e centri di ricerca attentamente selezionati. Protezione civile, i ministeri degli interni e della difesa, ISTAT e molte regioni e università sono già coinvolti in questo percorso. L'evoluzione del catalogo verso un futuro di ampia collaborazione con enti ed istituti esterni ad esso è già avviata. Non potrà mancare a questo strumento il supporto di grafici, immagini, rilievi tridimensionali e tutti quegli strumenti che la tecnologia fornisce per rendere chiari ed evidenti i dati e le descrizioni. Il catalogo dei beni culturali dovrà potersi confrontare con quanto già disponibile in rete ed offrire informazioni almeno comparabili con esse e non essere limitato nell'uso di immagini strumenti e tecnologie, limitazioni che rischiano di penalizzare ormai solo gli strumenti ufficiali che hanno il pregio di fornire una informazione controllata e credibile.

 

Note

[1] http://www.iccd.beniculturali.it/it/standard-catalografici.

[2] http://www.iccd.beniculturali.it/it/processi-di-catalogazione.

[3] http://www.iccd.beniculturali.it/it/sigec-web.

[4] Cfr. Laura Moro, intervento presentato all'Incontro di studio Dalla somiglianza alla sinergia. La descrizione del patrimonio culturale dalle specificità all'integrazione digitale, Roma, 17 ottobre 2017, Palazzo Sant'Andrea, Archivio storico della Presidenza della Repubblica.

[5] https://docs.italia.it/italia/daf/pianotri-elencobasidatichiave/it/stabile/elencobasidati.html.

[6] Le ontologie sono la formulazione di schemi concettuali esaustivi e rigorosi nell'ambito di un dominio dato. Tali schemi concettuali devono essere condivisi il più possibile nell'ambito della propria comunità di interesse e devono essere formalizzati secondo un linguaggio comprensibile anche alle macchine che dovranno elaborare automaticamente quei dati consentendo di effettuare su di essi ragionamenti e query anche complesse.

[7] Cfr. Commissione di coordinamento SPC, Linee guida per l'interoperabilità semantica attraverso i linked open data, 2012, disponibile all'indirizzo https://www.agid.gov.it/sites/default/files/repository_files/documentazione_trasparenza/cdc-spc-gdl6-interoperabilitasemopendata_v2.0_0.pdf

[8] Disponibile all'indirizzo http://www.w3.org/2005/Incubator/lld/XGR-lld-20111025/(consultato il 02 luglio2015). Il Final Report forniva un'analisi dettagliata dei benefici derivanti dall'utilizzo delle tecnologie del semantic web nel settore dei beni culturali, sia per ciò che concerne gli utenti e i ricercatori sia per quanto riguarda gli stessi istituti culturali nei termini di una maggiore diffusione, comprensione e valorizzazione del loro immenso patrimonio informativo pubblicato sul "nuovo web".

[9] Cfr. Verwayen Harry, Arnoldus Martijn, Kaufman Peter B., The Problem of the Yellow Milkmaid. A Business Model Perspective on Open Metadata, Europena White Paper N. 2, novembre 2011.

[10] La direttiva 2013/37/UE interviene in materia di riutilizzo dell'informazione nel settore pubblico, attraverso la modifica della direttiva 2003/98/CE, la c.d. direttiva PSI (Public Sector Information), ed è finalizzata a favorire il riutilizzo dei dati delle pubbliche amministrazioni dell'Unione europea estendendo l'ambito di applicazione anche alle istituzioni culturali (biblioteche, musei e archivi) in precedenza escluse. In Italia è stata recepita con decreto legislativo, 18 maggio 2015, n. 102 pubblicato in G.U. il 10 luglio 2015.

[11] Una prima analisi dei progetti c.d. LOD-LAM (Linked Open Data for Libraries, Archives and Museums) è stata condotta con la Review on linked open data sources, effettuata nell'ambito del Progetto Athena Plus dell'ottobre 2013; essa è stata successivamente integrata e aggiornata da una ricerca di OCLC condotta tra luglio e agosto 2014 e poi ripubblicata con alcune correzioni nel 2015. I risultati della prima indagine del 2014, portata a termine nel 2017, sono stati successivamente confrontati con la revisione della medesima indagine condotta sempre da OCLC tra il 17 aprile e il 25 maggio 2018. All'indagine del 2018 hanno risposto 81 istituzioni che hanno segnalato un totale di 104 progetti, rispetto alle 71 istituzioni che ne avevano segnalati 112 nel 2015. Dei suddetti 104 progetti, solo 42 erano già stati descritti in precedenza. Le istituzioni italiane coinvolte nell'indagine OCLC del 2018 erano solo 4: si tratta della Biblioteca della Camera dei deputati, di Casalini Libri (SHARE-VDE group), del Coordinamento delle Biblioteche Speciali e Specialistiche di Torino (CoBIS) e dell'Università degli Studi Roma TRE. Le attività di ricerca condotte da chiara Veninata nel 2018 arricchiscono notevolmente l'indagine sul fronte italiano. Cfr. Chiara Veninata, Linked open data e ontologie per la descrizione del patrimonio culturale: criteri per la progettazione di un registro ragionato, disponibile all'indirizzo https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1325813#.XmuFM6hKg2w.

[12] Cfr. su Twitter lo storify dell'intervento "From linked data to shared knowledge" di Roy Tennant, Jon Voss e Ingrid Mason, alla conferenza di Information Online 2013 dal titolo "Be different. Do different".

[13] Tim Berners-Lee, What the semantic web isn't but can represent (1998), disponibile all'indirizzo http://www.w3.org/DesignIssues/RDFnot.html (consultato il 09 giugno 2015). Cfr. inoltre le definizioni del W3C disponibile all'indirizzo http://www.w3.org/2001/sw/.

[14] A. Baricco, The game, Torino, Einaudi, 2018.

[15] M. Ferraris., Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari, Laterza 2009a.

[16] S. Quistelli, Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale. Bollati Boringhieri, 2019.

[17] È nota l'azione conoscitiva avviata sul territorio emiliano da Andrea Emiliani, attività da cui nasce anche quello che sarà l'Istituto Beni culturali della Regione Emilia Romagna. Negli stessi anni viene avviata l'attività della Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggi (1964-1967) meglio nota come Commissione Franceschini che ha racchiuso in tre volumi il proprio lavoro sintetizzato in 84 Dichiarazioni, la prima delle quali contiene la definizione di "bene culturale" come "tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà".

[18] Alberto Predieri ha molto approfondito questi temi, soprattutto in Urbanistica, tutela del paesaggio, espropriazione, Milano, Giuffrè, 1969.

 

 



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