testata
 
numerocorrentehome../indice../risorse%20web

I beni culturali di fronte alla crisi economico-finanziaria e alla globalizzazione

Si va verso un'antologizzazione del patrimonio artistico?

di Bruno Zanardi

Towards an Italian Cultural Heritage Anthology?
What makes the artistic patrimony of Italy unique in the world is its infinite presence in the territory. But today, in two thirds of the roughly 8.100 Italian Comuni (municipalities) the population is in rapid decline; 3.000 of them are even on the way to extinction, which will inevitably lead to the abandonment to their own resources of churches, palaces and historic houses, not to mention the incomparable treasures they contain. Furhermore, the ever-declining number of priests in active service - the median age of the clergy being 60 - and the rapidly shrinking economic resources of the private owners (including the Church) mean there is now no more guarantee for the regular maintenance and protection of the enormous Italian artistic heritage owned by privates or by the Church : 70,000-80,000 churches, abbeys, sanctuaries etc., and about 40.000 historic mansions, containing an enormous amount (many millions) of frescoes, sculptures, canvases, panel paintings and the like. This situation however does not seem to alarm the Italian Government, which continues to behave as though the problem did not exist. However if its inaction continues, we will very soon become the witnesses to an auction to the highest bidder of the monuments and of the moveable artistic patrimony of this Country, and to the demolition or total abandonment of the rest. In other words, a drastic anthology is all that will be left of the greatest artistic patrimony of the Western World. And with cause, since 41 years after the foundation of the Istituto Centrale del Catalogo, no one is yet able to say of how many pieces this artistic patrimony consists, or where it is located.

Gravissimo, quanto del tutto sottovalutato, è il problema di quale futuro avranno i beni storici e artistici immobili e mobili in mano alla Chiesa e ai privati proprietari. Un problema gravissimo anche perché immenso, visto che si parla di circa 70/80.000 tra chiese, conventi, santuari, oratori e quant'altro e di circa 40 mila e oltre dimore storiche (fonte Cei/Niccolò Pasolini Dall'Onda). Tenendo inoltre conto che in quelle chiese e dimore storiche è contenuto un numero enorme (molti milioni) tra dipinti murali, tele, tavole, sculture, stucchi, paramenti, arredi, oreficerie, codici e così via continuando a elencare. E sorvolando in più sul fatto che quasi seimila dei circa 8.100 comuni italiani sono oggi abitati da meno di cinquemila persone, la quasi totalità dei quali siti in zone appenniniche e montane (fonte Confcommercio/Legambiente). Non già bastasse questo, va aggiunto che circa tremila di quei seimila comuni sono costituiti da "paesi fantasma", detti tali perché ormai abitati, specie d'inverno, solo da qualche irriducibile anziano, quindi paesi in via di prossima e rapida estinzione. Senza infine contare i molti insediamenti abitativi, specie frazioni, ma anche paesi, già oggi abbandonati e in via di rovina, quelli ai quali Antonella Tarpino ha da poco dedicato un libro - Spaesati - bello, civile e doloroso.

Replay. Seimila comuni con meno di cinquemila abitanti, tremila di loro costituti da paesi fantasma in via di prossima e rapida estinzione, senza contare i molti insediamenti abitativi, specie frazioni, ma anche paesi, già oggi abbandonati e in via di rovina. Tutti loro - va aggiunto - dotati di un ben preciso patrimonio storico e artistico: certamente minore, se non localissimo, ma comunque tale e perciò stesso fondamentale documento identitario di una parte dell'Italia. Né omettendo che quando i tremila paesi fantasma saranno definitivamente estinti, i loro comuni dovranno chiudere i battenti, cessando così il controllo amministrativo del territorio in loro competenza, quindi il controllo di rive di torrenti e fossi, strade, sottobosco, frane e quant'altro, favorendo in tal modo il già oggi grave stato di dissesto idrogeologico del Paese. Anche perché il territorio su cui insistono i 3.000 comuni fantasma (fonte Confcommercio e Legambiente) copre una superficie di circa 100.000 Kmq. Un terzo dell'intera Italia.

S'annuncia dunque per il territorio italiano un futuro molto complesso, se non drammatico. Futuro che è spada di Damocle sulla testa dei nostri governi, senza però che nessun presidente del consiglio, ministro, sottosegretario e quant'altri abbia finora mostrato d'essersene accorto. Un futuro ancora più incerto per il patrimonio artistico in mano a Chiesa e privati proprietari. Per l'enorme diminuzione delle vocazioni e per l'altissima età media assunta dai sacerdoti in servizio, oggi intorno ai sessant'anni (fonte Fondazione Agnelli/Cei); e per il sempre più rapido ridursi delle risorse economiche dei privati proprietari (Chiesa compresa) a sostenere gli altissimi costi di gestione delle loro proprietà. Né aiuta questo futuro la revoca di molti dei benefici fiscali attuata dal governo Monti per le dimore storiche, tanto più quella che si minaccia per la Chiesa nel nome d'un irresponsabile quanto stupido e triste anticlericalismo da vaudeville. Il che significa che molto presto potrebbe abbattersi sullo Stato italiano il compito della tutela diretta anche di quelle circa 70/80mila chiese e 40mila dimore storiche. Un evento con enormi implicazioni sociali e civili, non solo di tutela, ma anche patrimoniali e di tenuta del territorio, di cui mai nessuno parla, se non Salvatore Settis, Carlo Petrini e pochi altri.

Se poi non si può chiedere a parroci e privati proprietari di svolgere compiti di tutela che sono dello Stato, e se l'abbandono dei piccolissimi paesi appare ineluttabile (a meno l'attuale crisi economica faccia tornare in sé la gente, cioè la riporti all'originario rapporto con la Terra), non si possono però non denunciare le precise e gravi e ennesime responsabilità politiche di quest'altra annunciata calamità che sta per investire il Paese. Esito dell'aver fatto strame, appunto la politica, di quell'immensa risorsa umana e economica, quindi sociale, che è il territorio italiano. Lo stesso di quanto sta accadendo per i centri storici delle città, anch'essi in via d'abbandono in grazia del ritardo culturale di sindaci, architetti, urbanisti, economisti, soprintendenti e quant'altri estetisti postcrociani, che hanno trattato questo tema di decisiva importanza per la sopravvivenza dell'identità delle città storiche nel mondo d'oggi facendo snobistici progetti per il passato. Cioè procedendo senza un progetto socio-economico e di teoria e pratica delle decisioni pubbliche, quindi senza un progetto politico e culturale. Ossia dicendo tale l'ingabbiare i centri storici entro una stupida e irreale e demagogica e irresponsabile e ideologica e afasica e dilettantesca e incolta e suicida politica di museificazione operata apponendo a case, strade, piazze e quant'altro ogni sorta di vincolo e divieto. Nei fatti, trattando il problema come si trattasse di restaurare in via critica e estetica un dipinto, quindi al solito operando come ancora fossimo al 1938/1939 dell'Italia del re e del duce, che è il momento in cui pare essersi ibernata la cultura della tutela in Italia.

Una lunga serie di campanelli d'allarme, questi appena detti, che suonano ormai da decenni in Italia senza che nessuno (torno a dire, meno di tutti la politica, quindi governi e ministri) dia a vedere di sentirne il trillo. Il che significa che continuando a procedere nel pelago della tutela senza un progetto e senza una politica, come finora storicamente è stato, quindi proseguendo a fare della tutela una "attività facoltativa" (la definizione è di Massimo Severo Giannini) perché esercitata fuori d'un qualsiasi indirizzo organizzativo centrale, continuando a marciare su questa strada in un prossimo e non troppo lontano futuro per il patrimonio storico e culturale del Paese si annuncia un'antologizzazione. Della quale si può fin d'ora immaginare lo scenario, visto il comatoso stato attuale della cultura di tutela in Italia e visto l'immenso ritardo culturale delle scuole di architettura, che mai hanno preparato i loro allievi a misurare il nuovo che inevitabilmente si deve fare con proporzioni, materiali, forme e disposizione urbanistica della città storica, così finalmente riportata al ruolo di sempre, di luogo della distribuzione di forme e modi del vivere urbano. Ciò nel nome di improbabili filologie e timori di falsificazioni che hanno colto come risultato le città sotto gli occhi di tutti. Un disastro, quello urbanistico e paesaggistico del Paese, cioè culturale e umano, del quale soprattutto spaventa l'effetto sulle giovani generazioni. Ancor più su quelle future, che nasceranno in contesti urbani gravemente degradati, quindi saranno da subito abituate a trovar normale la condizione di disagio civile, funzionale e estetico, cioè l'anomia in cui si trovano a vivere.

Senza dire dell'immenso danno - culturale, storico, identitario, civile, patrimoniale - che un così vasto e capillare fenomeno d'abbandono del territorio provocherebbe non solo all'Italia, ma all'intero Occidente (e in particolare alle future generazioni), restando invece alla paventata antologizzazione dell'immenso patrimonio storico e artistico in mano alla Chiesa e ai privati proprietari, va innanzitutto detto che, quando questa davvero avvenisse, trascinerebbe inevitabilmente con sé il patrimonio pubblico. Quindi un'antologizzazione dell'intero patrimonio artistico del paese che sarebbe in primis casuale visto che ancora e scandalosamente manca in Italia un catalogo generale del patrimonio artistico. Dopo di ché, nelle città e nei paesi ancora abitati, l'antologizzazione avverrebbe certamente conservando tal quali, lo Stato, un molto ridotto numero di chiese e palazzi ritenuti storicamente importanti (da chi? dagli storici dell'arte o da politici, sindacati, telefono blu, eccetera?). Il resto, chiese e palazzi abbandonati ritenuti di minore importanza (da chi?), verrebbe all'opposto demolito, magari in accordo con la speculazione edilizia, data la grande appetibilità di molte delle aree in cui si trovano chiese, conventi e residenze storiche. Per quanto invece riguarda gli arredi e le opere mobili, quelli ritenuti di pregio (da chi?), quando in proprietà della Chiesa, sarebbero trasferiti nei musei diocesani, venduti invece sul mercato antiquario quelli in mano privata e dello Stato. Mentre, il patrimonio mobile di Chiesa, privati proprietari e Stato giudicato di minor pregio (da chi?) sarebbe invece svenduto ai rigattieri. Infine il resto, cioè le cose invendibili, abbandonato a sé stesso. E lo stesso accadrebbe per il patrimonio conservato nei paesi del territorio in via di spopolamento. Con però la quasi totalità di chiese, palazzi e arredi svenduti o abbandonati a sé stessi, perché in generale ritenuti d'interesse locale, quindi di scarso o nullo pregio.

Una vicenda, la dispersione del nostro patrimonio artistico, del resto già annunciata dalla recentissima cartolarizzazione dei beni immobili dello Stato, una svendita del patrimonio dei cittadini italiani palesemente anticostituzionale coraggiosamente denunciata da Salvatore Settis nel suo Italia Spa. Ma anche già avvenuta per la Chiesa e i privati proprietari, pur se mai in modo capillare come s'annuncia poter accadere. Le vendite delle collezioni Gonzaga o degli Este, l'accaparramento delle proprietà degli ordini monastici soppressi subito dopo l'Unità (una vera e propria rapina raccontata con straordinaria icasticità da Federico De Roberto nel suo I Viceré attraverso il grifagno e straordinario personaggio di Don Blasco), oppure l'ormai normale vendita delle canoniche nelle chiese dei centri storici e del territorio. Io stesso infine stesso ricordo come nei primi anni '70, quando i dettati del Concilio Vaticano II avevano in un attimo reso superati molti oggetti liturgici storici, normale era trovare in vendita sui banchi del mercato di Porta Portese, a Roma, pale d'altare, teche portareliquie (piene), manipoli e pianete, ostensori, candelieri e così via. Né si può chiedere alla Chiesa e ai privati proprietari, lo ridico, di surrogare i compiti di tutela che sono dello Stato. Ciò che varrebbe per l'accennata soluzione di spostare in musei diocesani le opere di maggior pregio conservate nelle chiese in via di chiusura. Soluzione già data al problema, tuttavia quando questo era contenuto entro limiti accettabili. Ma soluzione che nello scenario appena ipotizzato si può fin d'ora dire insufficiente, perché mai un solo museo potrebbe contenere le molte migliaia di opere mobili di pregio, tra dipinti, sculture, oreficerie, paramenti, antifonari, codici e così via, presenti sul territorio d'ogni Diocesi italiana. Il che significherebbe dover aprire altri musei, magari collocandoli dentro le chiese o nei palazzi appena chiusi (!). Ancora in forma di musei diocesani? O dovrà occuparsene lo Stato?

 

 

 



copyright 2012 by Società editrice il Mulino
Licenza d'uso


inizio pagina